Leadership: con la testa nel pallone!

Leadership: con la testa nel pallone!


Questo è il pallone più calciato dagli italiani, Super Santos. Nato dalla creazione di Stefano Seno, della Ditta Mondo, da quando è nato (1962) circa 1.575.415.296 italiani lo hanno calciato almeno una volta nella loro vita. 280 gr. di peso, un raggio di 12 cm. e un volume di 7 litri. Il pallone, che noi tutti abbiamo calciato almeno una volta nella vita, ha la stessa forma sferica del globo.

 

 

Questo è un indizio non da poco, qualcosa ci dice che questa strana assomiglianza ha voluto che gli uomini calciassero tutto ciò che ha una forma sferica. Il pallone per fare rete e il globo per fare risultato sì, ma quello economico. Surriscaldamento globale, buchi all’ozono e quant’altro non fanno la differenza, in ambedue i casi, l’uomo ha la fissa per il risultato finale. Anche se il pallone si buca e il globo si surriscalda.

 

L’importante è vincere! Anche se si perde di vista lo scopo (giocare e vivere bene). Il calcio ha molte affinità con la vita, anzi è una metafore perfetta: Risultati che cambiano all’ultimo minuto, squadre che perdono colpi, affaticati, arbitri scorretti, che ammoniscono quando non devono e non espellano quando i falli sono evidenti.

Ma viene da chiedersi, come mai il gioco del calcio affascina più della metà della popolazione mondiale e bambini di tutto il mondo non resistono alla tentazione di tirare un calcio di fronte a una palla che gli arriva tra i piedi. Credo che si tratti di un istinto primordiale, nessuna esitazione si pone tra il piede di un bambino e una palla che gli si presenta davanti. Poi comincia a crescere, gli anni avanzano e con l’età che lo rende più forte e in grado di correre dietro a un pallone comincia a organizzarsi in squadra, il suo “io” comincia a declinarsi al plurale, diventa “noi”. La maglietta che indossa fa si che si schieri contro altri come lui che diventano improvvisamente “gli avversari” da sconfiggere. Nel giro di qualche istante gli amici diventano nemici da sconfiggere. La palla messa la centro campo che deciderà le sorti. Bastano due porte, i cui limiti possono tracciarsi con qualsiasi oggetto, un qualsiasi spazio rettangolare, una palla e un manipolo di uomini che corrono da una parte all’altra dell’improvvisato campo, cercando di infilare la palla nella porta dell’avversario. E … il gioco è fatto!

Quegli stessi ragazzi, da adulti, “chiamati alle armi” a guadagnarsi da vivere, lavorando, hanno ormai interiorizzato tutte le regole del calcio. Appartengo a una squadra (azienda), devo competere per fare risultato (goal) hanno degli avversari da battere (concorrenza) e chi fa più risultati vince il campionato (diventa leader del mercato).

Quei ragazzi staranno per tutta la vita “con la testa nel pallone”!

La parola d’ordine è competere, che deriva dal latino con- e petere che significa “chiedere, andare insieme, convergere verso un medesimo punto”.  Sembra che gli uomini abbiano questo schema fisso nella mente, nel calcio e nel mondo degli affari: avversari che competono fra di loro, un regolamento che disciplina la sfida e un risultato da raggiungere.

Ma quando una squadra o un Team può dirsi veramente competitivo?

Quando dal valore del singolo, si passa alla squadra di valore. Un solo talento in squadra non basta, è il collettivo che fa la differenza. E’ la squadra che da valore, e che nelle aziende “crea valore”. Il vero problema per molti atleti o membri di un Team nelle organizzazioni produttive, non è sprigionare tutto il loro talento, ma fare in modo che questo sia armonizzato all’interno del gruppo, che lo favorisce e lo sostiene. Gli uomini per natura configgono tra di loro (v. la Libia in questi giorni) non sono in pace tra di loro. Le due pulsioni che caratterizzano l’uomo, come aveva individuato Freud sono Eros per riprodursi  forza del desiderio, e  Árēs (Dio della guerra)  per difendere la prole. Queste due forze non sono mai disattivate, sono sempre in azione e nelle competizioni liberano tutta la loro energia, come pulsioni che muovono gli uomini nel mondo a difesa dal mondo.

 Come una squadra o un team aziendale può raggiungere il massimo risultato?

La formula è molto semplice: più mi impegno, più ottengo risultati, non ci sono scorciatoie. Nel calcio come nel lavoro le regole sono sempre le stesse, solo con il lavoro si ottengono risultati. L’impegno, la costanza, la passione sono elementi che devono caratterizzare il lavoro che si fa sul campo di calcio e nel mondo del lavoro.

Che cos’è la leadership?

La leadership è non permettere mai alle forze ostili di sopraffarci. Chiunque di noi ha provato a raggiungere dei traguardi nello sport come nella vita, sa, che la strada che porta al risultato è disseminata di ostacoli. Ma se ci arrendiamo subito, alle prime difficoltà, quella scelta ci darà la misura della nostra determinazione. Il Leader serve a questo, a sostenere gli uomini nei momenti di difficoltà, in cui hanno delle esitazioni, quando vogliono fermarsi. Anche lui ha vissuto quei momenti in cui tutto ti appare in salita. Ma sa, che se supera il suo limite, supera se stesso. In verità ciò che fa in quei momenti è rivisitare l’idea che ha di se e dei propri limiti. È in quelle circostanze, che li ri-definisce.

Tutti possono diventare leader?

La leadership è uno dei fenomeni più studiati e meno conosciuti, ci sono state più convegni sulla leadership che leader. Platone sosteneva, che la leadership è come la statura, o ce l’hai o non ce l’hai! Io sono d’accordo con lui. Non è una qualità che puoi sviluppare con qualche tecnica,  forse la puoi comprendere, ma questo non aiuta a esercitarla.

Come si gestiscono le sconfitte?

Quelle che vanno gestite, sono le emozioni che seguono una sconfitta: sfiducia, frustrazione, delusione, scoramento, disincanto, chiusura in se stessi. Chi di  noi non ha mai vissuto questi stati d’animo? Ma per chi ha intelligenza emotiva sa, che che le emozioni sono come il meteo, variano continuamente, a queste ne seguiranno altre diverse, ma erano lì a farci provare l’amarezza che la sconfitta prevede con i suoi moti dell’animo, e a suggerirci che forse non eravamo all’altezza della prestazione che quella competizione prevedeva, che qualcosa in noi no ha funzionato. E allora quelle emozioni diventano messaggere di qualcosa che dobbiamo ancora imparare. Quelle emozioni, se le sappiamo accogliere e interpretare ci stanno dicendo la verità dei fatti, incontrovertibile. O impariamo la lezione o siamo condannati a ripeterla. Wiston Churchill diceva: il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale, è il coraggio di andare avanti che conta!

Quanto la comunicazione è importante per un leader?

La comunicazione “motivazionale” deve saper arrivare al cuore degli atleti, dei collaboratori o di chiunque è coinvolto in un progetto comune, che prevede delle competizioni. Le persone coinvolte, devono avvertire dei brividi che scorrono sul loro corpo, devono sentire il risveglio di energie che altrimenti rimarrebbero riposte. Tant’è che motivare significa, mobilitare energie, spingere all’azione.

Molti allenatori, manager, imprenditori o persone delegate alla guida di un gruppo dimenticano la necessità di saper comunicare con enfasi e trasporto. Elencano prescrizioni da tradurre in comportamento restrittivi e tutti i loro discorsi cominciano sempre con il verbo DOVERE e quasi mai con il verbo POTERE!

Queste esortazioni producono blocchi, divieti, inibizioni che favoriscono un comportamento contrario all’apertura e al coinvolgimento emotivo e cognitivo. Ci si barrica in una dimensione nella quale la lista delle cose possibili è molto più breve dell’elencazione dei divieti e delle inibizioni, cioè uno spazio destinato alle negazioni.

La capacità di saper trasmettere e condividere una visione di futuro, una prospettiva, un percorso di crescita è fondamentale per coach o manager che guidano squadre o gruppi di lavoro verso traguardi da raggiungere.

Basta guardare l’estratto di questo breve filmato in cui Al Pacino, che interpreta il Coach di una squadra di football americano, esorta i suoi giocatori rimandando a loro, le sorti del proprio destino. Li rende consapevoli della responsabilità del singolo all’interno della squadra e di quello che ognuno può fare. Recita, dicendo: Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta,  una serie di brividi percorrono tutto il mio corpo. E’ il primo segnale che il messaggio è arrivato a destinazione….alle emozioni.

 

Ecco la trascrizione del discorso:

Non so cosa dirvi davvero. Tre minuti, alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si degi. Ora noi o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino aldisfatta. Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta.

Io però non posso farlo per voi. Sono troppo vecchio. Mi guardo intorno, vedo i vostri giovani volti e penso “certo che ho commesso tutti gli errori che un uomo di mezza età possa fare”. Si perché io ho sperperato tutti i miei soldi, che ci crediate o no. Ho cacciato via tutti quelli che mi volevano bene e da qualche anno mi da anche fastidio la faccia che vedo nello specchio.

Sapete col tempo, con l’età, tante cose ci vengono tolte, ma questo fa parte della vita. Però tu lo impari solo quando quelle le cominci a perdere e scopri che la vita è un gioco di centimetri, e così è il football. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo, capitelo. Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate, mezzo secondo troppo veloce o troppo lento e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono, sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.

In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra ci massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro, ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire.

E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro, e io so che se potrò avere una esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì, in questo consiste. In quei 10 centimetri davanti alla faccia, ma io non posso obbligarvi a lottare. Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che vi troverete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui.

Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?

Dott. Emanuele Addabbo :  Contattami

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