Lessico alberghiero

Quante volte avremmo voluto sentirci rispondere: “me ne occupo subito e le faccio sapere …” piuttosto che: “non è di mia competenza!”.  Quest’ultima risposta è quella più ricorrente nel mondo alberghiero. Pronunciata da addetti protervi che per errore hanno trovato occupazione in questo settore. La lingua italiana, che io ritengo una delle più belle e articolate al mondo, permette innumerevoli variazioni per esprimere lo stesso concetto. E’ come disporre di capi d’abbigliamento eleganti, ma non indossarli mai. Un po’ per povertà di linguaggio, un po’ perchè l’immagine prevale sul linguaggio, per cui non è importante ciò che dici o come parli, ma come ti vesti e se sei ben curata. Ma quando all’immagine, ben curata non corrisponde un linguaggio adeguato, siamo di fronte a una discrasia, tra rappresentazione e realtà.

Nel mondo alberghiero, della ristorazione e dei servizi in generale non farebbe male, fare dei brevi percorsi di formazione su l’uso adeguato della lingua italiana e del suo lessico, perchè questa secondo le sfumature che assume indica, una minore o maggiore attenzione al cliente e alle sue aspettative.

Potremmo incominciare a utilizzare espressioni di questo genere:

 – Informo il mio collega che si occupa di questo
 – Vedo quello che posso fare e le faccio sapere
 – Sono dispiaciuto per l’accaduto, cerco di risolvere immediatamente
 – Mi attenda un attimo e riferisco al responsabile del reparto
 – Un attimo e sono subito da lei
 – Verifico se è possibile trovare una soluzione
 – Se attende un istante, vado subito a informarmi

Piuttosto che:

– Non me ne occupo io
– Non ci posso fare niente
– Non è un problema del mio reparto
– Non ho tempo
– Vedremo più tardi cosa possiamo fare
– Non è la prima volta che riceviamo richieste come questa
 
Con qualche piccolo sforzo, il contesto e la relazione tra ospite e operatore, assumerebbe connotati completamente diversi, rendendo più agevole la comunicazione e caricandola di quella componente semantica che definisce la relazione e le da valore.

Invece, tutto è lasciato alla capacità dei singoli, di improvvisare risposte, difformi tra colleghi, che indicano come al linguaggio è dato poco conto al contrario di quello digitale, che comunica invece in maniera sfavillante la struttura e i servizi annessi che promettono.

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Si può misurare la leadership

Ci sono 4 categorie mentali di persone:

– Quelli che non sanno di sé.
– Quelli che pensano di sapere di sé.
– Quelli che sanno di sé e non fanno niente per gestirsi meglio.
– Quelli che sanno di sé e cercano di migliorare.

Diciamo che l’ultima categoria è quella meno numerosa, prevale invece la seconda, stando almeno a alcune osservazioni fatte direttamente sul campo. E’ inutile chiedersi perchè accade tutto questo, le risposte sarebbero multiple e non definitive, ma sta di fatto che in molte organizzazioni produttive, al ruolo ricoperto, spesso, non corrispondono le abilità relazionali richieste. Prevale la presunzione e l’affermazione del sé. Quando incontro profili di questo genere, faccio notare che, possedere un’automobile non sempre corrisponde a saperla guidare e che guidare richiede pratica, esperienza e un sistema di regole (Codice delle strada) da rispettare. In molte organizzazioni mancano le regole, si lavora per abitudini consolidate nel tempo e guai a cambiarle. Non c’è verifica sulle capacità di guidare se stessi e un gruppo di lavoro! Si strombazza, si impreca e si passa avanti.

Team Management, che è la società che rappresento, ormai da tempo, ha introdotto in numerose organizzazioni, un sistema di valutazione delle Leadership, che prevede la compilazione di un questionario che tutti gli operatori di un’organizzazione produttiva devono compilare con cadenza mensile. In queste schede si chiede al compilatore di indicare con un punteggio che va da 1 a 5 il livello di benessere organizzativo percepito,  se la leadership è ben esercitata, se c’è capacità d’ascolto da parte dei superiori, se si è sostenuti nel risolvere problemi …e molto altro. La parte più interessate di questo metodo è che non c’è solo un sistema di valutazione dell’alto verso il basso, direttori – capiservizio – collaboratori, ma che questo ritorna verso l’alto quando ai collaboratori viene chiesto di valutare il loro caposervizio e al caposervizio di valutare il direttore. Tutti valutano, tutti!  Non ci sono più alibi per direttori urlanti, o collaboratori scansafatiche. I numeri parlano da soli, dopo che sono stati raccolti in indicatori che misurano:

– la leadership
– l’efficienza organizzative
– il livello di comunicazione
– la capacità di gestire e risolvere conflitti
– il benessere organizzativo.

In un recente intervento sulla leadership rivolto a una associazione sportiva ho sottolineato come questa è come la statura, o ce l’hai o non ce l’hai (citando Platone). Chi non ha la patente non  guidi! Rischia di travolgere gli altri in una inarrestabile caduta della motivazione, (difficile da fare rialzare!) a questa generalmente corrisponde un abbassamento del livello di produttività, specialmente  nel settore dei servizi, dove la qualità delle relazione è al centro.

Leadership: con la testa nel pallone!

Leadership: con la testa nel pallone!


Questo è il pallone più calciato dagli italiani, Super Santos. Nato dalla creazione di Stefano Seno, della Ditta Mondo, da quando è nato (1962) circa 1.575.415.296 italiani lo hanno calciato almeno una volta nella loro vita. 280 gr. di peso, un raggio di 12 cm. e un volume di 7 litri. Il pallone, che noi tutti abbiamo calciato almeno una volta nella vita, ha la stessa forma sferica del globo.

 

 

Questo è un indizio non da poco, qualcosa ci dice che questa strana assomiglianza ha voluto che gli uomini calciassero tutto ciò che ha una forma sferica. Il pallone per fare rete e il globo per fare risultato sì, ma quello economico. Surriscaldamento globale, buchi all’ozono e quant’altro non fanno la differenza, in ambedue i casi, l’uomo ha la fissa per il risultato finale. Anche se il pallone si buca e il globo si surriscalda.

 

L’importante è vincere! Anche se si perde di vista lo scopo (giocare e vivere bene). Il calcio ha molte affinità con la vita, anzi è una metafore perfetta: Risultati che cambiano all’ultimo minuto, squadre che perdono colpi, affaticati, arbitri scorretti, che ammoniscono quando non devono e non espellano quando i falli sono evidenti.

Ma viene da chiedersi, come mai il gioco del calcio affascina più della metà della popolazione mondiale e bambini di tutto il mondo non resistono alla tentazione di tirare un calcio di fronte a una palla che gli arriva tra i piedi. Credo che si tratti di un istinto primordiale, nessuna esitazione si pone tra il piede di un bambino e una palla che gli si presenta davanti. Poi comincia a crescere, gli anni avanzano e con l’età che lo rende più forte e in grado di correre dietro a un pallone comincia a organizzarsi in squadra, il suo “io” comincia a declinarsi al plurale, diventa “noi”. La maglietta che indossa fa si che si schieri contro altri come lui che diventano improvvisamente “gli avversari” da sconfiggere. Nel giro di qualche istante gli amici diventano nemici da sconfiggere. La palla messa la centro campo che deciderà le sorti. Bastano due porte, i cui limiti possono tracciarsi con qualsiasi oggetto, un qualsiasi spazio rettangolare, una palla e un manipolo di uomini che corrono da una parte all’altra dell’improvvisato campo, cercando di infilare la palla nella porta dell’avversario. E … il gioco è fatto!

Quegli stessi ragazzi, da adulti, “chiamati alle armi” a guadagnarsi da vivere, lavorando, hanno ormai interiorizzato tutte le regole del calcio. Appartengo a una squadra (azienda), devo competere per fare risultato (goal) hanno degli avversari da battere (concorrenza) e chi fa più risultati vince il campionato (diventa leader del mercato).

Quei ragazzi staranno per tutta la vita “con la testa nel pallone”!

La parola d’ordine è competere, che deriva dal latino con- e petere che significa “chiedere, andare insieme, convergere verso un medesimo punto”.  Sembra che gli uomini abbiano questo schema fisso nella mente, nel calcio e nel mondo degli affari: avversari che competono fra di loro, un regolamento che disciplina la sfida e un risultato da raggiungere.

Ma quando una squadra o un Team può dirsi veramente competitivo?

Quando dal valore del singolo, si passa alla squadra di valore. Un solo talento in squadra non basta, è il collettivo che fa la differenza. E’ la squadra che da valore, e che nelle aziende “crea valore”. Il vero problema per molti atleti o membri di un Team nelle organizzazioni produttive, non è sprigionare tutto il loro talento, ma fare in modo che questo sia armonizzato all’interno del gruppo, che lo favorisce e lo sostiene. Gli uomini per natura configgono tra di loro (v. la Libia in questi giorni) non sono in pace tra di loro. Le due pulsioni che caratterizzano l’uomo, come aveva individuato Freud sono Eros per riprodursi  forza del desiderio, e  Árēs (Dio della guerra)  per difendere la prole. Queste due forze non sono mai disattivate, sono sempre in azione e nelle competizioni liberano tutta la loro energia, come pulsioni che muovono gli uomini nel mondo a difesa dal mondo.

 Come una squadra o un team aziendale può raggiungere il massimo risultato?

La formula è molto semplice: più mi impegno, più ottengo risultati, non ci sono scorciatoie. Nel calcio come nel lavoro le regole sono sempre le stesse, solo con il lavoro si ottengono risultati. L’impegno, la costanza, la passione sono elementi che devono caratterizzare il lavoro che si fa sul campo di calcio e nel mondo del lavoro.

Che cos’è la leadership?

La leadership è non permettere mai alle forze ostili di sopraffarci. Chiunque di noi ha provato a raggiungere dei traguardi nello sport come nella vita, sa, che la strada che porta al risultato è disseminata di ostacoli. Ma se ci arrendiamo subito, alle prime difficoltà, quella scelta ci darà la misura della nostra determinazione. Il Leader serve a questo, a sostenere gli uomini nei momenti di difficoltà, in cui hanno delle esitazioni, quando vogliono fermarsi. Anche lui ha vissuto quei momenti in cui tutto ti appare in salita. Ma sa, che se supera il suo limite, supera se stesso. In verità ciò che fa in quei momenti è rivisitare l’idea che ha di se e dei propri limiti. È in quelle circostanze, che li ri-definisce.

Tutti possono diventare leader?

La leadership è uno dei fenomeni più studiati e meno conosciuti, ci sono state più convegni sulla leadership che leader. Platone sosteneva, che la leadership è come la statura, o ce l’hai o non ce l’hai! Io sono d’accordo con lui. Non è una qualità che puoi sviluppare con qualche tecnica,  forse la puoi comprendere, ma questo non aiuta a esercitarla.

Come si gestiscono le sconfitte?

Quelle che vanno gestite, sono le emozioni che seguono una sconfitta: sfiducia, frustrazione, delusione, scoramento, disincanto, chiusura in se stessi. Chi di  noi non ha mai vissuto questi stati d’animo? Ma per chi ha intelligenza emotiva sa, che che le emozioni sono come il meteo, variano continuamente, a queste ne seguiranno altre diverse, ma erano lì a farci provare l’amarezza che la sconfitta prevede con i suoi moti dell’animo, e a suggerirci che forse non eravamo all’altezza della prestazione che quella competizione prevedeva, che qualcosa in noi no ha funzionato. E allora quelle emozioni diventano messaggere di qualcosa che dobbiamo ancora imparare. Quelle emozioni, se le sappiamo accogliere e interpretare ci stanno dicendo la verità dei fatti, incontrovertibile. O impariamo la lezione o siamo condannati a ripeterla. Wiston Churchill diceva: il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale, è il coraggio di andare avanti che conta!

Quanto la comunicazione è importante per un leader?

La comunicazione “motivazionale” deve saper arrivare al cuore degli atleti, dei collaboratori o di chiunque è coinvolto in un progetto comune, che prevede delle competizioni. Le persone coinvolte, devono avvertire dei brividi che scorrono sul loro corpo, devono sentire il risveglio di energie che altrimenti rimarrebbero riposte. Tant’è che motivare significa, mobilitare energie, spingere all’azione.

Molti allenatori, manager, imprenditori o persone delegate alla guida di un gruppo dimenticano la necessità di saper comunicare con enfasi e trasporto. Elencano prescrizioni da tradurre in comportamento restrittivi e tutti i loro discorsi cominciano sempre con il verbo DOVERE e quasi mai con il verbo POTERE!

Queste esortazioni producono blocchi, divieti, inibizioni che favoriscono un comportamento contrario all’apertura e al coinvolgimento emotivo e cognitivo. Ci si barrica in una dimensione nella quale la lista delle cose possibili è molto più breve dell’elencazione dei divieti e delle inibizioni, cioè uno spazio destinato alle negazioni.

La capacità di saper trasmettere e condividere una visione di futuro, una prospettiva, un percorso di crescita è fondamentale per coach o manager che guidano squadre o gruppi di lavoro verso traguardi da raggiungere.

Basta guardare l’estratto di questo breve filmato in cui Al Pacino, che interpreta il Coach di una squadra di football americano, esorta i suoi giocatori rimandando a loro, le sorti del proprio destino. Li rende consapevoli della responsabilità del singolo all’interno della squadra e di quello che ognuno può fare. Recita, dicendo: Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta,  una serie di brividi percorrono tutto il mio corpo. E’ il primo segnale che il messaggio è arrivato a destinazione….alle emozioni.

 

Ecco la trascrizione del discorso:

Non so cosa dirvi davvero. Tre minuti, alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si degi. Ora noi o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino aldisfatta. Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta.

Io però non posso farlo per voi. Sono troppo vecchio. Mi guardo intorno, vedo i vostri giovani volti e penso “certo che ho commesso tutti gli errori che un uomo di mezza età possa fare”. Si perché io ho sperperato tutti i miei soldi, che ci crediate o no. Ho cacciato via tutti quelli che mi volevano bene e da qualche anno mi da anche fastidio la faccia che vedo nello specchio.

Sapete col tempo, con l’età, tante cose ci vengono tolte, ma questo fa parte della vita. Però tu lo impari solo quando quelle le cominci a perdere e scopri che la vita è un gioco di centimetri, e così è il football. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo, capitelo. Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate, mezzo secondo troppo veloce o troppo lento e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono, sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.

In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra ci massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro, ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire.

E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro, e io so che se potrò avere una esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì, in questo consiste. In quei 10 centimetri davanti alla faccia, ma io non posso obbligarvi a lottare. Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che vi troverete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui.

Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?

Dott. Emanuele Addabbo :  Contattami

Coaching Alberghiero

Coaching Alberghiero

Il programma di intervento di “Coaching Alberghiero” può essere erogato a tutto lo staff e diviso in singole sessioni di Team Coaching per reparto; generalmente si lavora su un programma specifico di obiettivi da raggiungere, prestabilito a priori con la proprietà e con la Direzione. L’intervento di coaching cioè di miglioramento delle performance dei singoli collaboratori e dei reparti viene sviluppato con attività di training on-the-job e con sessioni formative.

I temi sui quali vertono le sessioni possono essere:

– aumento della redditività per reparto, come vendere di più e meglio
– come migliorare le performance di reparto (RevPath per la SPA, RevPAR per le camere, RevPASH per il ristorante)

– sviluppo delle delle abilità relazionali nel saper gestire reclami, recensioni negative ecc.
– web reputation, incremento del punteggio delle recensioni su Booking.com, Tripadvisor, Holiday-check ecc.

– miglioramento delle performance e delle abilità professionali
– qualità della relazione tra reparti, gestione dei conflitti interni
– crescita delle vendite interne tra reparti (cross-selling) e comunicazione.

Questi sono alcuni dei temi possibili sui quali si può costruire un percorso di crescita professionale (Coaching Alberghiero) del team, possono essere concordati anche altre misure e iniziative. I progressi dei dipendenti e delle loro prestazioni vengono misurate attraverso schede di performance evaluation somministrate a ogni singolo collaboratore.

Dott. Emanuele Addabbo :  Contattami

Napoleone e il Management

Senza un sistema di principi, di valori, di regole, non si ottiene alcun risultato. Questo vale in qualsiasi impresa. Napoleone lo aveva ben compreso e applicava delle regole auree per la condotta delle sue truppe. Guidava i suoi uomini con esempi: era sempre in prima fila, condivideva con loro tutto. Era intransigente sulla qualità dei suoi uomini, li ricompensava generosamente con titoli onorifici e con i proventi delle guerre vinte. Il suo era uno stile di management esemplare.

Per le organizzazioni produttive vale la stessa cosa, senza un sistema di regole chiare e condivise non si arriva da nessuna parte.

Platone asseriva che: nemmeno i due peggiori malfattori potrebbero compiere alcun crimine se non avessero delle regole.

Se volessimo estrapolare “dall’arte della guerra” di Napoleone un decalogo di regole, di principi applicabile anche alle organizzazioni produttive potremmo fare questo elenco:

 

1 – Acquisire una profonda conoscenza della’ambiente e del contesto in cui si opera. 

2 – Definire in modo chiaro e dettagliato la propria strategia.

3 – Preparare un piano operativo chiaro e dettagliato.

4 – Realizzare un sistema di comunicazione estremamente efficiente e rapido.

5 – Non rimandare mai a domani ciò che può essere eseguito oggi.

6 – Non scendere mai a compromessi con la qualità dell’esecuzione.

7 – Non scendere mai a compromessi con la qualità dei propri collaboratori.

8 – Focalizzare le migliori risorse su un ristretto numero di obiettivi strategici.

9 – Il buon esempio deve sempre venire dal capo.

10 – Ricompensare in modo adeguato chi eccelle nel perseguimento di obiettivi e risultati.

Se questo decalogo fosse applicato a qualsiasi “comunità produttiva” sicuramente le organizzazioni funzionerebbero meglio.

 

Ma la prima difficoltà consiste nel capire questo e la seconda nell’applicarlo. Quante imprese conoscete che dispongono anche di poche e semplici regole, che sono ben visibili, chiare, enunciate e interiorizzate da tutti i dipendenti? Questa è una delle ragioni per cui spesso le imprese non crescono, il personale è demotivato, la comunicazione è assente, le strategie latitano, non si capisce chi è il capo, c’è confusione nei ruoli, manca uno scopo, una proiezione verso il futuro.

Il coach aiuta le imprese con il Team Coaching ad organizzarsi intorno ad uno scopo ben definito, ad avere obiettivi ben formati, mette al centro dell’attenzione la soddisfazione del cliente, attiva reti di relazioni intelligenti con tutti gli stakeolders. Stabilisce con il manager un sistema di regole e poi lo condivide con tutti i dipendenti.

Impariamo dalla storia, dai grandi personaggi, da straordinari condottieri come Napoleone Bonaparte.

Impariamo dal passato.

“Chi non impara la storia è condannato a ripeterla”.

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L'ascolto

L’ascolto…la parte più importante della comunicazione.

La parola greca “akuo” fa da sfondo alla parola latina “auscultare“, da cui prende forma la parola italiana “ascoltare”.

Basti pensare che il verbo ascoltare è il verbo più citato nell’Antico Testamento, come ben testimonia la famosa affermazione “Ascolta Israele…” del Deuteronomio.

La stessa Regola di San Benedetto comincia con queste testuali parole <<Ascolta, figlio, i precetti del Maestro, ricevi di buon animo i consigli di un padre che ti vuole bene e mettili risolutamente in pratica…>>.

L’ascolto è un modo di essere prima ancora che un modo di fare, un’abilità capace di ridefinire i rapporti, illuminare le situazioni più complesse e dare soluzioni.

L’ascolto presuppone un particolare atteggiamento interiore, sentire l’unicità e l’irreperibilità della persona.

Le tre fasi dell’ascolto sono:

– quello fisico (sentire l’altro con il corpo, udire le sue parole e leggere la sua mimica).
– quello della mente (percepire visivamente quello che l’altro intende comunicarmi)
– quello del cuore (che è un sentire empatico, accogliere l’altro dentro di sé).

Non esiste possibilità d’ascolto se non attraverso il silenzio. L’ascolto cresce nel silenzio ed è reso forte dal silenzio. Il silenzio diventa un Habitus Mentale, una sorta di officina della parola. Il silenzio ci parla, dice molte cose.

Nel film “Il grande silenzio” di Philip Gröning, sulla vita dei monaci certosini della Grande Chartreuse si trova scritto:

“Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare, solo quando il linguaggio scompare, si comincia a vedere”

 

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ora et labora

La Regola benedettina come modello nel luogo di lavoro..

 “Benedetto” Manager!

In una visita alle Abbazie Benedettine di Subiaco (a 90 Km. da Roma), ho cercato di scorgere tra le mura secolari dei due Monasteri quello di Santa Scolastica e di San Benedetto la straordinaria efficacia della Regola che Benedetto scrisse 1500 anni fa; mi sono chiesto cosa contenesse di così edificante e mistico da permettere ad antiche comunità monastiche che altro non sono che uomini che si organizzano intorno ad una Regola, di sopravvivere a tutti agli eventi funesti e belligeranti della storia.

Stiamo attraversando un periodo di profonda crisi economica e gli effetti che ne derivano sono devastanti sia nella vita degli individui sia nelle organizzazioni per le quali lavorano; si assiste a un disfacimento del sistema produttivo, a continui piani di ristrutturazione aziendali, a espulsione dei lavoratori dalle imprese, a chiusura di fabbriche, aziende di servizi e anche i lavoratori autonomi registrano serie difficoltà a rimanere sul mercato.

Oggi, come 1500 anni fa, la situazione sembra molto simile, mentre si assisteva alla caduta dell’Impero romano con la sconfitta della civiltà occidentale, oggi l’effetto domino delle banche americane ha avuto le sue tremende ripercussioni sull’economia reale dei paesi occidentali, producendo grandi perdite finanziarie alle famiglie e alle imprese, con serie ripercussioni sull’occupazione.

Non intendo con questo lavoro indagare sulle cause etiche che hanno prodotto tutto ciò, ma piuttosto, come ricostruire quel che è andato perso; a cominciare dalle micro imprese, che rappresentano il vero tessuto connettivo del sistema produttivo italiano. E’ di lì che bisogna ripartire, dove è occupata la maggior parte dei lavoratori.

La Santa Regola scritta da San Benedetto intorno al 540 d.C. pochi anni prima della sua morte, è nella sua stesura semplice e articolata in settantatré capitoli. La Regola non è solo un compendio tecnico-organizzativo della vita monacale nei monasteri benedettini, ma una visione ispiratrice e filosofica che potenzia la possibilità degli uomini che si organizzano intorno ad essa di esprimere al meglio se stessi per il raggiungimento del bene comune della loro comunità. Naturalmente, la vita monacale è tutta permeata sulla ricerca costante di Dio e sulle sacre scritture cui loro s’ispirano.

La Regola di San Benedetto ha in sé una straordinaria forza ordinatrice e creativa, l’effetto che si produce quando ci si accosta la prima volta alla regola è piuttosto una misteriosa e travolgente pace e serenità che pervade tutto l’essere; l’Animus è pervaso da un’autentica purificazione della mente che si connette finalmente con il nostro cuore. Di qui ripartono le nostre energie vitali, indirizzate verso un’incontenibile voglia di fare, di produrre, di creare.

Cerco di estrapolare oggi, come fecero allora i primi “, Abati” i principi che hanno guidato e ispirato le comunità benedettine organizzate nelle Abbazie, per ricostruire quello che andava perduto della civiltà occidentale dopo la caduta dell’Impero Romano.
San Benedetto riuscì in poco tempo a costruire dodici conventi benedettini con il solo lavoro manuale, allora non esistevano come oggi strumenti di cui disponiamo oggi, opera irrealizzabile se solo si dovesse ripetere. Eppure quell’opera cominciata all’epoca si è perpetrata lungo l’arco di tutti questi secoli sino ad arrivare a circa ottocento monasteri un tutta Europa e cinquantamila seguaci.

Ma da dove è possibile ripartire oggi nelle micro imprese, nelle piccole e medie aziende per ricostruire ciò che sta decadendo? Innanzitutto va recuperato il senso della comunità che si è smarrito nelle organizzazioni attuali; il livore che ammorba molte aziende, presso le quali ho lavorato come dipendente e in seguito quello che ho seguito come “Business Coach” mi ha sempre lasciato con la certezza che prima che ancora che i processi, i sistemi, le procedure si dovesse mettere mano nelle relazioni fra gli uomini che ci lavorano. San Benedetto è straordinario in questo, percepisce la necessità della Regola, ovvero, di uno strumento che disciplini il rapporto tra gli uomini e la scrive in maniera semplice e asciutta in 73 capitoli, prevede delle organizzazioni super piatte, con due soli livelli l’Abate e i monaci, in altri termini il Manager e i suoi collaboratori.

Poi chiama innanzitutto l’abate a guidare se stesso e gli altri; introduce principi democratici innovativi per quei tempi, per cui l’Abate è eletto dai monaci, ciò che non succede oggi, la leadership riconosciuta non subita come accade oggi nella maggior parte dei casi.

Il manager è chiamato a guidare gli uomini a infondere in loro un senso di appartenenza alla comunità, si lavora tutti insieme in ruoli chiari e ben definiti per il raggiungimento del bene comune. Per la crescita e lo sviluppo della comunità e del territorio nel quale il monastero sorge, non dimentichiamo che l’ordine benedettino è stato il vero motore dello sviluppo dell’economia dell’occidente, introducendo tutta una serie di innovazione e nuovi sistemi produttivi nel settore primario, dell’agricoltura principale fonte per il sostegno delle comunità locali, da strumenti innovativi per la pigiatura delle olive per l’estrazione dell’olio Ricerca e sviluppo a nuove tecniche di raccolta e mungitura del latte, con la produzione dei suoi derivati. Ricerca e sviluppo si chiama oggi nelle nostre organizzazioni aziendali, i benedettini introducevano questa funzione già 1500 anni fa.

Le mura spesse dei monasteri e la loro stabilità rappresentano la forza che esprimono e che sorregge lo spirito e la visione benedettina, “Stabilitas” dal latino stabilità, ciò che è venuto a mancare in questo periodo storico. Stabilità nel lavoro che ha ceduto il posto al precariato, stabilità nelle relazioni professionali, inquinate da un’etica latitante, stabilità nell’individuo che si sente smarrito in un mercato dinamico, cangiante e super veloce. San Benedetto ci fornisce una Regola contro l’instabilità, a noi oggi saperne trarre da quell’antico insegnamento i principi , i metodi e lo spirito che ha permesso di mantenere e far continuamente crescere questa antiche comunità monasteriali e adottarli nelle nostre aziende, che tanto risentono dell’assenza dello spirito di appartenenza, del senso della comunità che opera per il bene comune.

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Mindfulness in azienda

La pratica della MINDFULNESS in azienda registra sempre maggiore interesse per i risultati che i gruppi di lavoro raggiungono. La pratica della mindfulness affonda le sue radici nelle antiche pratiche buddhiste attraverso l’applicazione degli 8 nobili sentieri. La mindfulness altro non è che la pratica della meditazione che può farsi in gruppo o individualmente, ripetendo un mantra, per un tempo prestabilito. I risultati che si raggiungono sono notevoli come risultati che si riflettono sia sul piano fisico che quello psichico. Lucida attenzione, risveglio della consapevolezza, presa di coscienza del proprio essere che agisce sotto scacco delle illusioni dell’ego mascherato. L’essere potenziato sviluppa delle facoltà e affina il proprio essere a un maggiore “controllo della mente”, a essere “presenti nella realtà” e non a fare acrobazie col pensiero che lo portano a saltare tra un passato che non esiste più e un futuro che è pura proiezione della mente. Aumenta la consapevolezza che “tutto cambia continuamente”, la realtà è impermanente, per cui l’attaccamento è la principale fonte di sofferenza. La pratica degli 8 nobili sentieri porta a vivere in uno stato di assoluta quiete interiore, accresce una condizione di inviolabile serenità, e in questo stato di pace assoluta della mente e dell’animo il soggetto che ha raggiunto questa condizione potenzia delle facoltà già insite in se stesso: aumento della creatività, maggiore capacità intuitiva, migliore concentrazione, lucida attenzione, diminuzione dello stress e maggiore controllo della mente. L’elenco del miglioramento che un individuo può registrare è interminabile e varia da soggetto a soggetto.

 

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