Leadership: con la testa nel pallone!

Leadership: con la testa nel pallone!


Questo è il pallone più calciato dagli italiani, Super Santos. Nato dalla creazione di Stefano Seno, della Ditta Mondo, da quando è nato (1962) circa 1.575.415.296 italiani lo hanno calciato almeno una volta nella loro vita. 280 gr. Di peso, un raggio di 12 cm. e un volume di 7 litri. Il pallone, che noi tutti abbiamo calciato almeno una volta nella vita, ha la stessa forma sferica del globo.

 

 

Questo è un indizio non da poco, qualcosa ci dice che questa strana assomiglianza ha voluto che gli uomini scalciassero tutto ciò che ha una forma sferica. Il pallone per fare rete e il globo per fare risultato sì, ma quello economico. Surriscaldamento globale, buchi all’ozono e quant’altro non fanno la differenza, in ambedue i casi, l’uomo ha la fissa per il risultato finale. Anche se il pallone si buca e il globo si surriscalda.

 

L’importante è vincere! Anche se si perde di vista lo scopo (giocare e vivere bene). Il calcio ha molte affinità con la vita, anzi è una metafore perfetta: Risultati che cambiano all’ultimo minuto, squadre che perdono colpi, affaticati, arbitri scorretti, che ammoniscono quando non devono e non espellano quando i falli sono evidenti.

Ma viene da chiedersi, come mai il gioco del calcio affascina più della metà della popolazione mondiale e bambini di tutto il mondo non resistono alla tentazione di tirare un calcio di fronte a una palla che gli arriva tra i piedi. Credo che si tratti di un istinto primordiale, nessuna esitazione si pone tra il piede di un bambino e una palla che gli si presenta davanti. Poi comincia a crescere, gli anni avanzano e con l’età che lo rende più forte e in grado di correre dietro a un pallone comincia a organizzarsi in squadra, il suo “io” comincia a declinarsi al plurale, diventa “noi”. La maglietta che indossa fa si che si schieri contro altri come lui che diventano improvvisamente “gli avversari” da sconfiggere. Nel giro di qualche istante gli amici diventano nemici da sconfiggere con una palla messa la centro campo che deciderà le sorti. Bastano due porte, i cui limiti possono tracciarsi con qualsiasi oggetto, un qualsiasi spazio rettangolare, una palla e un manipolo di uomini che corrono da una parte all’altra cercando di infilare la palla nella porta dell’avversario.

Il gioco è fatto!

Quegli stessi ragazzi, da adulti, “chiamati alle armi” a guadagnarsi da vivere lavorando, hanno ormai registrato in tutte le regole del calcio. Appartengo a una squadra (azienda), devo competere per fare risultato (goal) ho degli avversari da battere (concorrenza), chi fa più risultati vince il campionato (leader del mercato).

Quei ragazzi staranno per tutta la vita “con la testa nel pallone”!

La parola d’ordine è competere che deriva dal latino con- e petere che significa “chiedere, andare insieme, convergere verso un medesimo punto”.  Sembra che gli uomini abbiano questo schema fisso in mente, nel calcio e nel mondo degli affari: avversari che competono fra di loro, un regolamento che disciplina la sfida e un risultato da raggiungere.

Ma quando una squadra o un Team può dirsi veramente competitivo?

Quando dal valore del singolo, si passa alla squadra di valore. Un solo talento in squadra non basta, è il collettivo che fa la differenza. E’ la squadra che da valore, e che nelle aziende “crea valore”. Il vero problema per molti atleti o membri di un Team nelle organizzazioni produttive, non è sprigionare tutto il loro talento, ma fare in modo che questo sia armonizzato all’interno del gruppo, che lo favorisce e lo sostiene. Gli uomini per natura configgono tra di loro (v. la Libia in questi giorni) non sono in pace tra di loro. Le due pulsioni che caratterizzano l’uomo, come aveva individuato Freud sono Eros per riprodursi  forza del desiderio, e  Árēs (Dio della guerra)  per difendere la prole. Queste due forze non sono mai disattivate, sono sempre in azione e nelle competizioni liberano tutta la loro energia, come pulsioni che muovono gli uomini nel mondo a difesa dal mondo.

 Come una squadra o un team aziendale può raggiungere il massimo risultato?

La formula è molto semplice: più mi impegno, più ottengo risultati, non ci sono scorciatoie. Nel calcio come nel lavoro le regole sono sempre le stesse, solo con il lavoro si ottengono risultati. L’impegno, la costanza, la passione sono elementi che devono caratterizzare il lavoro che si fa sul campo di calcio e nel mondo del lavoro.

Che cos’è la leadership?

La leadership è non permettere mai alle forze ostili di sopraffarci. Chiunque di noi ha provato a raggiungere dei traguardi nello sport come nella vita, sa, che la strada che porta al risultato è disseminata di ostacoli. Ma se ci arrendiamo subito, alle prime difficoltà, quella scelta ci darà la misura della nostra determinazione. Il Leader serve a questo, a sostenere gli uomini nei momenti di difficoltà, in cui hanno delle esitazioni, quando vogliono fermarsi. Anche lui ha vissuto quei momenti in cui tutto ti appare in salita. Ma sa, che se supera il suo limite, supera se stesso. In verità ciò che fa in quei momenti è rivisitare l’idea che ha di se e dei propri limiti. È in quelle circostanze, che li ri-definisce.

Tutti possono diventare leader?

La leadership è uno dei fenomeni più studiati e meno conosciuti, ci sono state più convegni sulla leadership che leader. Platone sosteneva, che la leadership è come la statura, o ce l’hai o non ce l’hai! Io sono d’accordo con lui. Non è una qualità che puoi sviluppare con qualche tecnica,  forse la puoi comprendere, ma questo non aiuta a esercitarla.

Come si gestiscono le sconfitte?

Quelle che vanno gestite, sono le emozioni che seguono una sconfitta: sfiducia, frustrazione, delusione, scoramento, disincanto, chiusura in se stessi. Chi di  noi non ha mai vissuto questi stati d’animo? Ma per chi ha intelligenza emotiva sa, che che le emozioni sono come il meteo, variano continuamente, a queste ne seguiranno altre diverse, ma erano lì a farci provare l’amarezza che la sconfitta prevede con i suoi moti dell’animo, e a suggerirci che forse non eravamo all’altezza della prestazione che quella competizione prevedeva, che qualcosa in noi no ha funzionato. E allora quelle emozioni diventano messaggere di qualcosa che dobbiamo ancora imparare. Quelle emozioni, se le sappiamo accogliere e interpretare ci stanno dicendo la verità dei fatti, incontrovertibile. O impariamo la lezione o siamo condannati a ripeterla. Wiston Churchill diceva: il successo non è definitivo, il fallimento non è fatale, è il coraggio di andare avanti che conta!

Quanto la comunicazione è importante per un leader?

La comunicazione “motivazionale” deve saper arrivare al cuore degli atleti, dei collaboratori o di chiunque è coinvolto in un progetto comune, che prevede delle competizioni. Le persone coinvolte, devono avvertire dei brividi che scorrono sul loro corpo, devono sentire il risveglio di energie che altrimenti rimarrebbero riposte. Tant’è che motivare significa, mobilitare energie, spingere all’azione.

Molti allenatori, manager, imprenditori o persone delegate alla guida di un gruppo dimenticano la necessità di saper comunicare con enfasi e trasporto. Elencano prescrizioni da tradurre in comportamento restrittivi e tutti i loro discorsi cominciano sempre con il verbo DOVERE e quasi mai con il verbo POTERE!

Queste esortazioni producono blocchi, divieti, inibizioni che favoriscono un comportamento contrario all’apertura e al coinvolgimento emotivo e cognitivo. Ci si barrica in una dimensione nella quale la lista delle cose possibili è molto più breve dell’elencazione dei divieti e delle inibizioni, cioè uno spazio destinato alle negazioni.

La capacità di saper trasmettere e condividere una visione di futuro, una prospettiva, un percorso di crescita è fondamentale per coach o manager che guidano squadre o gruppi di lavoro verso traguardi da raggiungere.

Basta guardare l’estratto di questo breve filmato in cui Al Pacino, che interpreta il Coach di una squadra di football americano, esorta i suoi giocatori rimandando a loro, le sorti del proprio destino. Li rende consapevoli della responsabilità del singolo all’interno della squadra e di quello che ognuno può fare. Recita, dicendo: Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta,  una serie di brividi percorrono tutto il mio corpo. E’ il primo segnale che il messaggio è arrivato a destinazione….alle emozioni.

 

Ecco la trascrizione del discorso:

Non so cosa dirvi davvero. Tre minuti, alla nostra più difficile sfida professionale. Tutto si degi. Ora noi o risorgiamo come squadra o cederemo un centimetro alla volta, uno schema dopo l’altro, fino aldisfatta. Siamo all’inferno adesso signori miei. Credetemi. E possiamo rimanerci, farci prendere a schiaffi, oppure aprirci la strada lottando verso la luce. Possiamo scalare le pareti dell’inferno un centimetro alla volta.

Io però non posso farlo per voi. Sono troppo vecchio. Mi guardo intorno, vedo i vostri giovani volti e penso “certo che ho commesso tutti gli errori che un uomo di mezza età possa fare”. Si perché io ho sperperato tutti i miei soldi, che ci crediate o no. Ho cacciato via tutti quelli che mi volevano bene e da qualche anno mi da anche fastidio la faccia che vedo nello specchio.

Sapete col tempo, con l’età, tante cose ci vengono tolte, ma questo fa parte della vita. Però tu lo impari solo quando quelle le cominci a perdere e scopri che la vita è un gioco di centimetri, e così è il football. Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine di errore è ridottissimo, capitelo. Mezzo passo fatto un po’ in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate, mezzo secondo troppo veloce o troppo lento e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono, sono dappertutto, sono intorno a noi, ce ne sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.

In questa squadra si combatte per un centimetro, in questa squadra ci massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi per un centimetro, ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro, perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza fra vivere e morire.

E voglio dirvi una cosa: in ogni scontro è colui il quale è disposto a morire che guadagnerà un centimetro, e io so che se potrò avere una esistenza appagante sarà perché sono disposto ancora a battermi e a morire per quel centimetro. La nostra vita è tutta lì, in questo consiste. In quei 10 centimetri davanti alla faccia, ma io non posso obbligarvi a lottare. Dovete guardare il compagno che avete accanto, guardarlo negli occhi, io scommetto che vedrete un uomo determinato a guadagnare terreno con voi, che vi troverete un uomo che si sacrificherà volentieri per questa squadra, consapevole del fatto che quando sarà il momento voi farete lo stesso per lui.

Questo è essere una squadra signori miei. Perciò o noi risorgiamo adesso come collettivo, o saremo annientati individualmente. È il football ragazzi, è tutto qui. Allora, che cosa volete fare?

Dott. Emanuele Addabbo :  Contattami

Napoleone e il Management

Senza un sistema di principi, di valori, di regole, non si ottiene alcun risultato. Questo vale in qualsiasi impresa. Napoleone lo aveva ben compreso e applicava delle regole auree per la condotta delle sue truppe. Guidava i suoi uomini con esempi: era sempre in prima fila, condivideva con loro tutto. Era intransigente sulla qualità dei suoi uomini, li ricompensava generosamente con titoli onorifici e con i proventi delle guerre vinte. Il suo era uno stile di management esemplare.

Per le organizzazioni produttive vale la stessa cosa, senza un sistema di regole chiare e condivise non si arriva da nessuna parte.

Platone asseriva che: nemmeno i due peggiori malfattori potrebbero compiere alcun crimine se non avessero delle regole.

Se volessimo estrapolare “dall’arte della guerra” di Napoleone un decalogo di regole, di principi applicabile anche alle organizzazioni produttive potremmo fare questo elenco:

 

1 – Acquisire una profonda conoscenza della’ambiente e del contesto in cui si opera. 

2 – Definire in modo chiaro e dettagliato la propria strategia.

3 – Preparare un piano operativo chiaro e dettagliato.

4 – Realizzare un sistema di comunicazione estremamente efficiente e rapido.

5 – Non rimandare mai a domani ciò che può essere eseguito oggi.

6 – Non scendere mai a compromessi con la qualità dell’esecuzione.

7 – Non scendere mai a compromessi con la qualità dei propri collaboratori.

8 – Focalizzare le migliori risorse su un ristretto numero di obiettivi strategici.

9 – Il buon esempio deve sempre venire dal capo.

10 – Ricompensare in modo adeguato chi eccelle nel perseguimento di obiettivi e risultati.

Se questo decalogo fosse applicato a qualsiasi “comunità produttiva” sicuramente le organizzazioni funzionerebbero meglio.

 

Ma la prima difficoltà consiste nel capire questo e la seconda nell’applicarlo. Quante imprese conoscete che dispongono anche di poche e semplici regole, che sono ben visibili, chiare, enunciate e interiorizzate da tutti i dipendenti? Questa è una delle ragioni per cui spesso le imprese non crescono, il personale è demotivato, la comunicazione è assente, le strategie latitano, non si capisce chi è il capo, c’è confusione nei ruoli, manca uno scopo, una proiezione verso il futuro.

Il coach aiuta le imprese con il Team Coaching ad organizzarsi intorno ad uno scopo ben definito, ad avere obiettivi ben formati, mette al centro dell’attenzione la soddisfazione del cliente, attiva reti di relazioni intelligenti con tutti gli stakeolders. Stabilisce con il manager un sistema di regole e poi lo condivide con tutti i dipendenti.

Impariamo dalla storia, dai grandi personaggi, da straordinari condottieri come Napoleone Bonaparte.

Impariamo dal passato.

“Chi non impara la storia è condannato a ripeterla”.

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Dott. Emanuele Addabbo :  Contattami

L'ascolto

L’ascolto…la parte più importante della comunicazione.

La parola greca “akuo” fa da sfondo alla parola latina “auscultare“, da cui prende forma la parola italiana “ascoltare”.

Basti pensare che il verbo ascoltare è il verbo più citato nell’Antico Testamento, come ben testimonia la famosa affermazione “Ascolta Israele…” del Deuteronomio.

La stessa Regola di San Benedetto comincia con queste testuali parole <<Ascolta, figlio, i precetti del Maestro, ricevi di buon animo i consigli di un padre che ti vuole bene e mettili risolutamente in pratica…>>.

L’ascolto è un modo di essere prima ancora che un modo di fare, un’abilità capace di ridefinire i rapporti, illuminare le situazioni più complesse e dare soluzioni.

L’ascolto presuppone un particolare atteggiamento interiore, sentire l’unicità e l’irreperibilità della persona.

Le tre fasi dell’ascolto sono:

– quello fisico (sentire l’altro con il corpo, udire le sue parole e leggere la sua mimica).
– quello della mente (percepire visivamente quello che l’altro intende comunicarmi)
– quello del cuore (che è un sentire empatico, accogliere l’altro dentro di sé).

Non esiste possibilità d’ascolto se non attraverso il silenzio. L’ascolto cresce nel silenzio ed è reso forte dal silenzio. Il silenzio diventa un Habitus Mentale, una sorta di officina della parola. Il silenzio ci parla, dice molte cose.

Nel film “Il grande silenzio” di Philip Gröning, sulla vita dei monaci certosini della Grande Chartreuse si trova scritto:

“Solo in completo silenzio si comincia ad ascoltare, solo quando il linguaggio scompare, si comincia a vedere”

 

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ora et labora

La Regola benedettina come modello nel luogo di lavoro..

 “Benedetto” Manager!

In una visita alle Abbazie Benedettine di Subiaco (a 90 Km. da Roma), ho cercato di scorgere tra le mura secolari dei due Monasteri quello di Santa Scolastica e di San Benedetto la straordinaria efficacia della Regola che Benedetto scrisse 1500 anni fa; mi sono chiesto cosa contenesse di così edificante e mistico da permettere ad antiche comunità monastiche che altro non sono che uomini che si organizzano intorno ad una Regola, di sopravvivere a tutti agli eventi funesti e belligeranti della storia.

Stiamo attraversando un periodo di profonda crisi economica e gli effetti che ne derivano sono devastanti sia nella vita degli individui sia nelle organizzazioni per le quali lavorano; si assiste a un disfacimento del sistema produttivo, a continui piani di ristrutturazione aziendali, a espulsione dei lavoratori dalle imprese, a chiusura di fabbriche, aziende di servizi e anche i lavoratori autonomi registrano serie difficoltà a rimanere sul mercato.

Oggi, come 1500 anni fa, la situazione sembra molto simile, mentre si assisteva alla caduta dell’Impero romano con la sconfitta della civiltà occidentale, oggi l’effetto domino delle banche americane ha avuto le sue tremende ripercussioni sull’economia reale dei paesi occidentali, producendo grandi perdite finanziarie alle famiglie e alle imprese, con serie ripercussioni sull’occupazione.

Non intendo con questo lavoro indagare sulle cause etiche che hanno prodotto tutto ciò, ma piuttosto, come ricostruire quel che è andato perso; a cominciare dalle micro imprese, che rappresentano il vero tessuto connettivo del sistema produttivo italiano. E’ di lì che bisogna ripartire, dove è occupata la maggior parte dei lavoratori.

La Santa Regola scritta da San Benedetto intorno al 540 d.C. pochi anni prima della sua morte, è nella sua stesura semplice e articolata in settantatré capitoli. La Regola non è solo un compendio tecnico-organizzativo della vita monacale nei monasteri benedettini, ma una visione ispiratrice e filosofica che potenzia la possibilità degli uomini che si organizzano intorno ad essa di esprimere al meglio se stessi per il raggiungimento del bene comune della loro comunità. Naturalmente, la vita monacale è tutta permeata sulla ricerca costante di Dio e sulle sacre scritture cui loro s’ispirano.

La Regola di San Benedetto ha in sé una straordinaria forza ordinatrice e creativa, l’effetto che si produce quando ci si accosta la prima volta alla regola è piuttosto una misteriosa e travolgente pace e serenità che pervade tutto l’essere; l’Animus è pervaso da un’autentica purificazione della mente che si connette finalmente con il nostro cuore. Di qui ripartono le nostre energie vitali, indirizzate verso un’incontenibile voglia di fare, di produrre, di creare.

Cerco di estrapolare oggi, come fecero allora i primi “, Abati” i principi che hanno guidato e ispirato le comunità benedettine organizzate nelle Abbazie, per ricostruire quello che andava perduto della civiltà occidentale dopo la caduta dell’Impero Romano.
San Benedetto riuscì in poco tempo a costruire dodici conventi benedettini con il solo lavoro manuale, allora non esistevano come oggi strumenti di cui disponiamo oggi, opera irrealizzabile se solo si dovesse ripetere. Eppure quell’opera cominciata all’epoca si è perpetrata lungo l’arco di tutti questi secoli sino ad arrivare a circa ottocento monasteri un tutta Europa e cinquantamila seguaci.

Ma da dove è possibile ripartire oggi nelle micro imprese, nelle piccole e medie aziende per ricostruire ciò che sta decadendo? Innanzitutto va recuperato il senso della comunità che si è smarrito nelle organizzazioni attuali; il livore che ammorba molte aziende, presso le quali ho lavorato come dipendente e in seguito quello che ho seguito come “Business Coach” mi ha sempre lasciato con la certezza che prima che ancora che i processi, i sistemi, le procedure si dovesse mettere mano nelle relazioni fra gli uomini che ci lavorano. San Benedetto è straordinario in questo, percepisce la necessità della Regola, ovvero, di uno strumento che disciplini il rapporto tra gli uomini e la scrive in maniera semplice e asciutta in 73 capitoli, prevede delle organizzazioni super piatte, con due soli livelli l’Abate e i monaci, in altri termini il Manager e i suoi collaboratori.

Poi chiama innanzitutto l’abate a guidare se stesso e gli altri; introduce principi democratici innovativi per quei tempi, per cui l’Abate è eletto dai monaci, ciò che non succede oggi, la leadership riconosciuta non subita come accade oggi nella maggior parte dei casi.

Il manager è chiamato a guidare gli uomini a infondere in loro un senso di appartenenza alla comunità, si lavora tutti insieme in ruoli chiari e ben definiti per il raggiungimento del bene comune. Per la crescita e lo sviluppo della comunità e del territorio nel quale il monastero sorge, non dimentichiamo che l’ordine benedettino è stato il vero motore dello sviluppo dell’economia dell’occidente, introducendo tutta una serie di innovazione e nuovi sistemi produttivi nel settore primario, dell’agricoltura principale fonte per il sostegno delle comunità locali, da strumenti innovativi per la pigiatura delle olive per l’estrazione dell’olio Ricerca e sviluppo a nuove tecniche di raccolta e mungitura del latte, con la produzione dei suoi derivati. Ricerca e sviluppo si chiama oggi nelle nostre organizzazioni aziendali, i benedettini introducevano questa funzione già 1500 anni fa.

Le mura spesse dei monasteri e la loro stabilità rappresentano la forza che esprimono e che sorregge lo spirito e la visione benedettina, “Stabilitas” dal latino stabilità, ciò che è venuto a mancare in questo periodo storico. Stabilità nel lavoro che ha ceduto il posto al precariato, stabilità nelle relazioni professionali, inquinate da un’etica latitante, stabilità nell’individuo che si sente smarrito in un mercato dinamico, cangiante e super veloce. San Benedetto ci fornisce una Regola contro l’instabilità, a noi oggi saperne trarre da quell’antico insegnamento i principi , i metodi e lo spirito che ha permesso di mantenere e far continuamente crescere questa antiche comunità monasteriali e adottarli nelle nostre aziende, che tanto risentono dell’assenza dello spirito di appartenenza, del senso della comunità che opera per il bene comune.

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Bevessere

Il revenue management per le SPA e i Centri Benessere

Le Spa, diffuse su tutto il territorio nazionale, rimangono Croce e Delizia degli albergatori alle prese con un servizio molto richiesto e poco venduto. Le SPA hanno registrato nell’ultimo decennio un forte tasso di crescita sia per investimenti che per addetti, ma ciò che è mancato (… e ancora manca) è un modello di gestione, come il Revenue Management, che tenga conto di alcuni principi ricorrenti nel mondo dei servizi per l’ospitalità, si pensi al sistema dei trasporti aerei o a quelli della ricettività.
Alcuni dati:
– 6 su 10 perdono nella gestione ma guadagnano vendendo camere a prezzi maggiorati perché comprendono l’accesso gratuito alla Spa;
– 8 su 10 stanno risparmiando su biancheria ed energia e fanno funzionare la Spa a singhiozzo;
– 2,7 su 10 perdono clienti e smettono di operare nel giro di 18 mesi.
Perché accade questo? Le SPA e la loro gestione vengono delegate a persone che hanno un’esperienza operativa con l’estetica, con il wellness, con il beauty, con protocolli per lo snellimento del corpo e il miglioramento dell’immagine, ma queste importanti professionalità vanno arricchite con metodi e strumenti che portino, quello che è un semplice reparto d’azienda a un vero e proprio centro di profitto.
Va innanzitutto compreso quella che è la dinamica del business, che regola un centro di costo e di ricavo importante come la SPA. Le SPA hanno un forte impiego di personale specializzato e di impianti come le cabine beauty, cabine massaggi, vasche idromassaggio, piscine, saune e bagni turchi e a queste corrispondono costi elevati sia in termini di manutenzione che di consumo energetico, oltre che di biancheria e una costante pulizia.
Va da se, che per coprire gli elevati costi di gestione di una SPA, si dovranno formulare prezzi alti che permettano di coprirli e generare, se rimane, anche un po’ di profitto. Pertanto, le SPA rimangono vuote, vista la forte barriera d’ingresso che è rappresentata dai prezzi elevati.
Qui nasce il dilemma dell’albergatore: se non ce hai una SPA non vendi camere e perdi attrazione per la struttura, se ce l’hai invece, produci perdite che inficiano negativamente sulla gestione complessiva della struttura! Cosa fare?
Per uscire da questo dilemma, bisogna porsi la domanda giusta, che ha in sé già parte della risposta che cerchiamo, ovvero domandarci: ma cosa vende veramente una SPA ?
Le SPA non vendono semplicemente, trattamenti o prestazioni ma fondamentalmente due elementi importanti: IL TEMPO e le RELAZIONI.
Tutto il business di un centro benessere, orbita intorno a questi due fattori fondamentali, tempo e relazioni. Le SPA vendono un’esperienza dal punto di vista del cliente, ma ciò che genera il ricavo è sul tempo/prestazione erogato.
Il vero costo di una prestazione, non varia per il costo orario dell’estetista o del massaggiatore e per l’incidenza dei costi marginali (bassi) sostenuti, ma piuttosto, per il tempo inutilizzato degli operatori pur essendo retribuito. Se i prezzi delle prestazioni o dei trattamenti rimangono alti è molto probabile che saranno più i trattamenti invenduti che quelli venduti, più gli operatori non impiegati che quelli impiegati.
Ciò da cui bisognerebbe partire per cominciare a costruire i propri ragionamenti legati ai ricavi è quante prestazioni o trattamenti possono essere venduti in un giorno?
Basta moltiplicare il numero delle cabine per il numero degli operatori e moltiplicarlo per il numero delle ore in cui un SPA è aperta. Otterremo il numero delle prestazioni orarie disponibili
Se moltiplichiamo la quota delle ore disponibili per il loro prezzo medio e si avrà il fatturato potenziale; dividendo questo con il fatturato realizzato avremo il tasso di utilizzo di una SPA.
Se ancora dividiamo il nostro fatturato realizzato con il totale delle ore di prestazione vendute, otterremo un importante indicatore che è il nostro Ricavo Medio Orario (RevPATH: Revenue per Available Treatment Hour).
Il ricavo medio orario è fortemente condizionato anche dal secondo fattore, le relazioni. Il ricavo realizzato altro non è che la somma del numero della prestazioni per il suo prezzo medio, ma le prestazioni sono vendute ad un numero variabile di clienti che la SPA è stata in grado di attirare e fidelizzare; va da se, che se i prezzi alti ostacolano questo processo, allora, la strategia tariffaria va rivisitata.
Qui si apre la strada per un altro ragionamento che è quello del Revenue Management applicato nella SPA…

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McDonald’s un arsenale di marketing

Consapevolezza al lavoro

 

L’essere risvegliato può diventare un problema o un’opportunità. Il percorso per risvegliarsi ci è stato già stato dato in dono dal Buddha 2.500 anni fa con le 4 Nobili Verità e gli Otto Nobili sentieri. Il risveglio prevede, con la pratica della meditazione trascendentale, la possibilità di osservare se stessi liberati dall’ego. Tant’è che il termine deriva dal sanscrito e sta a significare: vedere le cose come sono.

Il fare da risvegliati diventa un problema quando ti accorgi che tutti, intorno a te continuano a fare e ad agire i maniera inconsapevole, senza rendersi conto che fanno parte di una grande rappresentazione teatrale, che chiamano vita a cui credono ciecamente.

L’essere risvegliato diventa un’opportunità quando, piuttosto che lasciarti coinvolgere dalla messa in scena, osservi , senza coinvolgerti delle tante interazioni che i soggetti instaurano fra di loro, spesso all’origine delle loro sofferenze e frustrazioni.

Quando si è risvegliati e consapevoli, il primo elemento che emerge è una grande serenità che proviene dall’animo e non più dell’esterno, anzi, il mondo della vita con tutto quello che vi accade diventa una fonte di disturbo a quella quiete che sottende l’animo. L’animo quieto favorisce una maggiore lucidità e capacità di focalizzarsi sugli effettivi problemi da affrontare, ma, piuttosto che cercare chi ha torto o chi ha ragione, si focalizza sulle possibili soluzioni che possono favorirne la soluzione. Emergono soluzioni creative che arrivano spontanee dal profondo, senza sforzi. E’ come assistere allo zampillio di idee e soluzioni che giungono ininterrottamente dal profondo. Si avverte un senso di connessione con il tutto.

Questa antica pratica che è la meditazione, oggi trova la sua declinazione con un altro termine che è “Mindfulness”. La grandi aziende di oltreoceano (Apple, Google, AOL, Nike, Procter & Gamble e tante altre ancora) ne hanno avvertito i benefici e li hanno introdotto nelle loro organizzazioni, traendone giovamento sia sul piano del benessere organizzativo che su quello economico con l’aumento della produttività, diminuzione del turn-over e crollo dei conflitti interni.

Non oso immaginare quale potrebbe essere la reazione delle nostre organizzazioni quando si va a proporre di fare un percorso di crescita e sviluppo con la meditazione o mindfulness se si ignora questa pratica e non si conoscono i benefici che si hanno sul lavoro. Si passa dalla modalità del fare a quella dell’essere, che va in una diversa dimensione ma non opposta a quella del fare, anzi la arricchisce di consapevolezza. La consapevolezza è lo spazio in cui i pensieri esistono, quando quello spazio diventa consapevole di se stesso.

Non ci sono problemi irrisolvibili, ma solo soluzioni che non funzionano.

Quello che ho notato in tanti anni di consulenza presso strutture del settore turistico – alberghiero è che spesso ci si accanisce su problemi della stessa portata senza riuscire a risolverli. Una sorta di coazione a ripetere. Si tentano le stesse soluzioni, anche se questa non funzionano.

Si narra, in una racconto greco, la storia di un mulo che tutte le notti fa lo stesso tragitto all’interno di un bosco, ma una notte un forte temporale fa cadere il tronco di un albero impedendo al mulo di fare lo stesso percorso. Il mulo impiega tutta la sua forza per spostare l’albero caduto, ma non ci riesce. Ma con insistenza ci riprova più e più volte fino a soccombere. Nelle organizzazioni produttive, talvolta accade la stessa e identica cosa. Si ripetono le stesse strategie commerciali, anche se non funzionano, si insiste a cercare di rendere più funzionali collaboratori improduttivi, anche se questi hanno manifestato il loro disinteresse per quel tipo di lavoro e di funzione, fino allo sfinimento e tanti altri eventi che tracciano una stessa strategia: perseveranza, nel tentare una soluzione anche se questa non funziona!

Qui ci può essere d’aiuto la strategia del problem-solving del Brief Terapy Center della Scuola di Palo Alto, la quale suggerisce 4 passaggi nel tentare di risolvere problemi:

1. Una chiara definizione del problema in termini concreti.
2. Un’analisi della soluzione finora tentata.
3. Una chiara definizione del cambiamento concreto da effettuare.
4. La formulazione e la messa in atto di un piano per provocare tale cambiamento.