Turismo-ristorazione e Covid-19, forse la lezione non è ancora chiara.

Molti stanno già correndo in avanti a programmare le cose da fare per ripartire velocemente e fare tornare tutto come prima; sono gli stessi che fino a gennaio/febbraio 2020 facevano budget e programmavano le loro attività, certi che il futuro altro non sarebbe stato, che una riedizione del passato. L’errore si sta ripetendo: IL FUTURO E’ IMPREVEDIBILE! Quelle che vanno invece prodotte non sono le strategie post-coronavirus, ma va elaborata la lezione che abbiamo imparato dal coronavirus!

Ecco alcune riflessioni:

– Lo scenario che ci aspetta sarà del tutto nuovo e inimmaginabile, non conosciamo la portata e la profondità che la pandemia da coronavirus provocherà nei sistemi economici, sociali, sanitari. Certo è che dovremmo riorganizzarci intorno alle modifiche strutturali che questo virus ha provocato. Una volta chiesero a Sergio Marchionne perchè aveva cambiato idea sulla produzione dell’auto elettrica in FCA, e lui rispose che non è che aveva cambiato idea, ma era cambiato lo scenario!
Ecco, è cambiato lo scenario.

– Come ho già scritto in un mio precedente articolo fino a quando non ci saranno terapie adeguate o meglio ancora un vaccino anti-covid19  il turismo e la ristorazione vivranno una perenne quarantena. Molti hanno già utilizzato le ferie per rimanere a casa con il primo D.P.C.M., quindi non avranno giorni di ferie per poter andare in vacanza; altri avranno pochi soldi o quasi nulla per gli effetti recessivi che questa pandemia assicura. Avranno un bel po’ di grattacapi prima di pensare alle ferie. Si faranno gite porta con pranzo al sacco, rigorosamente preparato a casa con tutte le attenzioni igienico-sanitarie, e si raggiungeranno mete  poco frequentate al riparo dai potenziali untori di coronavirus.

– Pasti consumati a domicilio e intrattenimento con tutto ciò la fruizione di contenuti online propone, saranno i sostituti delle serate a rischio contagio. La paura di essere contagiati condizionerà molte scelte sulle varie forme di socialità. Si diffonderanno le tecnologie per la connessione con il luogo di lavoro e per gli incontri di lavoro. Presto le nostre case assomiglieranno sempre più  agli uffici, con librerie alle spalle, scrivanie, Pc e stampanti.

– Siamo di fronte a una grande trasformazione, di portata epocale, che inciderà profondamente sul nostro modo di vivere e in tutte le forme che la vita fino ad adesso ha previsto. Non ne conosciamo la portata e nemmeno le conseguenze che queste avranno, è inutile scrivere strategie che attingono dal passato, da un mondo che non c’è più e che non ci sarà più.

Piuttosto vanno sviluppati ATTEGGIAMENTI alla luce di quanto andiamo vivendo e che chiusura tra le mura domestiche può favorire.

Vediamone qualcuno:

1) Vivere nel presente, nel qui ed ora. Vivere intensamente ogni singolo istante in piena presenza e facendo del proprio meglio in quello che si fa, sapendo che la somma, delle cose ben fatte creeranno eventi e situazioni che risentiranno della concentrazione e dell’attenzione messa nei singoli gesti. Il futuro non esiste, altro non è che una proiezione, un pensiero e va riconosciuto come tale. Non è la realtà.

2) Se hai costruito male, distruggi e ricostruisci da capo. Chi ha costruito le sue certezze sul proprio falso ego e su riferimenti esterni, che adesso si sgretolano, paga il prezzo di non aver più riferimenti e perso l’unica cosa che non sarebbe mai venuto meno: se stesso!  Riconoscersi in ciò che si è piuttosto che in ciò che si fa! Hai costruito sulla sabbia o sulla roccia? (Matteo 7, 24-27).

3) Non puoi sfuggire alla realtà o trovi la maniera per conviverci o sarai schiacciato! Ma perchè se cambiano le condizioni climatiche adeguiamo immediatamente il nostro abbigliamento e invece se cambiano le condizioni economiche-sociali proponiamo le stesse risposte rigide e anacronistiche?

4) Avere una chiara della visione delle realtà, questo è uno dei primi insegnamenti del Buddha, con le sue 4 Nobili Verità e gli 8 Nobili Sentieri (7° Nobile Sentiero retta presenza nella realtà). Per chi adesso è costretto a rimanere a casa suggerisco di leggersi qualcosa sul Buddha e sui suoi insegnamenti.

 

 

 

 

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Turismo e ristorazione: quale scenario ci aspetta dopo i picchi di epidemia da Covid-19.

Il futuro è imprevedibile; molti hanno già nostalgia del passato, ma non si rendono conto che ciò che ci aspetta non assomiglierà che a se stesso. Il settore dell’ospitalità avrà vissuto la crisi più buia della sua storia.

Il settore dei trasporti aerei già registra perdite per 200 Mld di euro, oltre a quelli che andranno ad aggiungersi; della ristorazione sappiamo solo che il settore è in ginocchio, e rimarrà in quella posizione per chiedere l’intercessione dei Santi.

FIPE – Federazione Italiana Pubblici Esercizi – prevede per il solo 2020 di 8 Mld di euro di perdite con un forte impatto sul numero degli addetti, che a oggi risultano più di 1 milione.

Secondo lo Studio Ambrosetti l’intero comparto prevede un calo del PIL del -3%  e il turismo incide per il 15% con 4,2 milioni di addetti che vedranno vacillare il loro posto di lavoro.

Lo scenario che ci aspetta nei prossimi mesi non è dei più rosei, anzi.

Fino a quando non si sarà trovata una cura adeguata contro l’infezione da Covid-19 o un vaccino che ci difenderà definitivamente, tutto il settore del turismo con annessi e connessi sarà in quarantena sine die.

Cambieranno le forme di consumo, come per i pasti, prodotti dalle cucine dei ristoranti e consumati a casa; le forma di aggregazione saranno evitate. Ma vi immaginate le spiagge piene di gente con le mascherine, e i lettini con almeno due metri di distanza?

Lo spazio disponibile che assicura la necessaria distanza di sicurezza, sarà il nuovo valore aggiunto e questo varrà sia per le strutture ricettive che per i ristoranti.

La sanificazione costante degli ambienti, con tanto di certificazione, sarà il must delle strutture preposte all’accoglienza.

Il personale con adeguate conoscenze di prassi igieniche anti-coronavirus farà la differenza.

Dispenser con  disinfettanti per le mani, asciugamani monouso, mascherine e guanti assicureranno agli ospiti che in quel contesto si sono adottate tutte le misure atte a prevenire potenziali contagi da Codiv-19.

Una lettura suggerita ai tempi del coronavirus: Antifragile di Nassin Nicholas TALEB

Il libro di Taleb pubblicato a tre anni dal grande successo del “Cigno Nero” dallo stesso autore libanese, matematico e trader di professione per circa vent’anni, ci aiuta a capire come questo momento, in cui l’Italia tutta è in quarantena, le fragilità del sistema e degli individui. Una lettura assolutamente consigliata, per chi in questo periodo dispone di sufficiente tempo e può permettersi di farsi scivolare sotto gli occhi le 500 pagine che Taleb ha scritto.

Ho imparato tante cose nuove da questo libro, (cosa che non sempre succede quando si legge un libro) sono emerse le mie fragilità che Taleb ci aiuta a individuare. Beh, è un libro che ti cambia, che agisce dal di dentro, che mette in discussione. Raramente succede, per chi di libri ne ha letti tanti, forse troppi, e l’unico risultato a cui ti portano è una distorsione della realtà, che non riesci più a riconoscere. Intrappolati nei modelli interpretativi, non riusciamo più a definire i’imponderabile, ciò che sfugge ai manuali ma che la realtà li segnala come sovrabbondanti.

Taleb mette in discussione tutti i sistemi statistici utilizzati per prevedere alcuni fenomeni ricorrenti, specie negli scenari economici e ci segnala che molti bravi economisti hanno puntualmente segnalato la crisi quando questa era già passata. Il libro scorre velocemente, anche se è pieno di grafici e dimostrazioni matematiche in alcune parti necessarie e inevitabili. E’ disponibile anche un audio-libro che lo si può ascoltare piacevolmente quando si viaggia o nelle situazioni in cui anzichè perderci nell’interminabile smanettamento del cellulare ci fermiamo e ascoltiamo cosa Taleb ha da dirci sui sistemi fragili.

Taleb è professore di Risk-engineering al Politecnico di New York, devolve il suo stipendio a una fondazione per non sentirsi obbligato nei confronti di nessuno. Conferenziere invitato in tutto il mondo, non sempre è ben visto dagli esperti della finanza, che lui attacca soventemente. Definisce gli errori informazioni che dobbiamo imparare a utilizzare – cosa che non accade spesso – anzi li utilizziamo per auto-massacrarci, quando invece alla luce delle nuove informazioni che emergono, invece, dovremmo rivedere i nostri paradigmi e le nostre strategie.

Emanuele Addabbo

 

 

La formazione in eLearning al tempo del “coronavirus”

Mai come in questo momento la formazione online sembra un antidoto agli effetti indesiderati e indiretti dell’epidemia da coronavirus. L’ultimo decreto del 10 marzo 2020 #iorestoacasa, costringe a rimanere a casa e la domanda che molti si fanno è: che ci faccio tutto il giorno a casa?

Beh, tra i tanti suggerimenti che si possono  c’è quello di approfittare di queste vacanza “forzate” e fare un po’ di formazione in eLeaning. La Team Management propone da molto tempo, corsi di formazione on line, che possono essere seguiti da qualsiasi dispositivo e senza limiti di tempo.

Questa crisi ha messo in evidenza le debolezze del nostro sistema e quanto questo sia poco innovativo, sia per lo smart-working che per la formazione online.

 

Questo è il momento, invece, di aprirsi alle nuove tecnologie disponibili, visto che tutte le attività di formazione in aula sono sospese, come i seminari, i convegni e tutte le scuole di ogni ordine e grado rimarranno chiuse fino la 3 aprile del 2020.

La formazione online ti permette di seguire le lezioni quando lo desideri, di rivederle tutte le volte che vuoi e alla fine del corso in eLeaning la piattaforma rilascia automaticamente l’attesto del corso di formazione.

“Il cigno nero” di N. TALEB e il corona-virus

E adesso, dove si sono nascosti tutti i Guru del successo?

Sono in quarantena domiciliare?

Quelli che sanno tutto e sanno dirci cosa fare nei periodi difficili.

Quelli che hanno le 10 regole d’oro in caso di crisi.

Dove sono?

Avanti, diteci qualcosa…

Quando il mare era calmo …

Corona-virus: pandemia o infodemia?

Il tasso di mortalità per chi è contagiato dal coronavirus  è dello 0,9%, e riguarda sopratutto le persone anziane, mentre per chi è colpito dalla classica influenza invernale è dello 0,1%, avendo sviluppato già degli anticorpi e ricorrendo a dei protocolli terapeutici collaudati o al vaccino che previene l’insorgenza.

Queste sono alcune delle evidenze scientifiche emerse dall’analisi dei dati disponibili fino ad ora emersi. Ma quello che non è dato di sapere è l’impatto che il la diffusione del coronavirus avrà sull’economia globale e su quella italiana. Sicuramente i settori più colpiti saranno il turismo, la ristorazione, il settore del lusso e l’agricoltura; altri settori subiranno gli inevitabili effetti che una contrazione dei consumi come questa, comporta. Ciò che più colpisce prima ancora che questo sconosciuto virus, dalla rapida propagazione, sono tutte le informazioni, che in questi giorni circolano attraverso il sistema mediatico. La vera intossicazione è quella mediatica, dalle diverse sfumatura, che vanno dal panico alla paura, dalla prudenza alle rassicurazioni. E intanto il terrorismo mediatico produce i suoi primi effetti sul crollo degli ordinativi, sul blocco dei trasporti dall’Italia verso alcuni paesi esteri, sulle cancellazioni che cominciano ad arrivare in alcune strutture ricettive delle regioni colpite dal virus …

Gli effetti sono ancora tutti in divenire, non ne conosciamo ancora quale sarà la portata, anche se si ipotizzano delle previsioni, come quelle della Banca d’Italia che prevede un riduzione del Pil per il 2020 del 0,2%, o altri Istituti con previsioni più pessimistiche.

In queste situazioni emergono quelle che sono le vere debolezze di un sistema ormai globalizzato e interconnesso, dove la velocità delle informazioni fa più danni della diffusione del virus, che prima ancora che diventi pandemia è già infodemia.

 

<<Quando il mare era calmo tutte le navi

mostravano eguale maestria nel navigare>>

                                             (Shakespeare, Coriolano)

Lessico alberghiero

Quante volte avremmo voluto sentirci rispondere: “me ne occupo subito e le faccio sapere …” piuttosto che: “non è di mia competenza!”.  Quest’ultima risposta è quella più ricorrente nel mondo alberghiero. Pronunciata da addetti protervi che per errore hanno trovato occupazione in questo settore. La lingua italiana, che io ritengo una delle più belle e articolate al mondo, permette innumerevoli variazioni per esprimere lo stesso concetto. E’ come disporre di capi d’abbigliamento eleganti, ma non indossarli mai. Un po’ per povertà di linguaggio, un po’ perchè l’immagine prevale sul linguaggio, per cui non è importante ciò che dici o come parli, ma come ti vesti e se sei ben curata. Ma quando all’immagine, ben curata non corrisponde un linguaggio adeguato, siamo di fronte a una discrasia, tra rappresentazione e realtà.

Nel mondo alberghiero, della ristorazione e dei servizi in generale non farebbe male, fare dei brevi percorsi di formazione su l’uso adeguato della lingua italiana e del suo lessico, perchè questa secondo le sfumature che assume indica, una minore o maggiore attenzione al cliente e alle sue aspettative.

Potremmo incominciare a utilizzare espressioni di questo genere:

 – Informo il mio collega che si occupa di questo
 – Vedo quello che posso fare e le faccio sapere
 – Sono dispiaciuto per l’accaduto, cerco di risolvere immediatamente
 – Mi attenda un attimo e riferisco al responsabile del reparto
 – Un attimo e sono subito da lei
 – Verifico se è possibile trovare una soluzione
 – Se attende un istante, vado subito a informarmi

Piuttosto che:

– Non me ne occupo io
– Non ci posso fare niente
– Non è un problema del mio reparto
– Non ho tempo
– Vedremo più tardi cosa possiamo fare
– Non è la prima volta che riceviamo richieste come questa
 
Con qualche piccolo sforzo, il contesto e la relazione tra ospite e operatore, assumerebbe connotati completamente diversi, rendendo più agevole la comunicazione e caricandola di quella componente semantica che definisce la relazione e le da valore.

Invece, tutto è lasciato alla capacità dei singoli, di improvvisare risposte, difformi tra colleghi, che indicano come al linguaggio è dato poco conto al contrario di quello digitale, che comunica invece in maniera sfavillante la struttura e i servizi annessi che promettono.

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Si può misurare la leadership

Ci sono 4 categorie mentali di persone:

– Quelli che non sanno di sé.
– Quelli che pensano di sapere di sé.
– Quelli che sanno di sé e non fanno niente per gestirsi meglio.
– Quelli che sanno di sé e cercano di migliorare.

Diciamo che l’ultima categoria è quella meno numerosa, prevale invece la seconda, stando almeno a alcune osservazioni fatte direttamente sul campo. E’ inutile chiedersi perchè accade tutto questo, le risposte sarebbero multiple e non definitive, ma sta di fatto che in molte organizzazioni produttive, al ruolo ricoperto, spesso, non corrispondono le abilità relazionali richieste. Prevale la presunzione e l’affermazione del sé. Quando incontro profili di questo genere, faccio notare che, possedere un’automobile non sempre corrisponde a saperla guidare e che guidare richiede pratica, esperienza e un sistema di regole (Codice delle strada) da rispettare. In molte organizzazioni mancano le regole, si lavora per abitudini consolidate nel tempo e guai a cambiarle. Non c’è verifica sulle capacità di guidare se stessi e un gruppo di lavoro! Si strombazza, si impreca e si passa avanti.

Team Management, che è la società che rappresento, ormai da tempo, ha introdotto in numerose organizzazioni, un sistema di valutazione delle Leadership, che prevede la compilazione di un questionario che tutti gli operatori di un’organizzazione produttiva devono compilare con cadenza mensile. In queste schede si chiede al compilatore di indicare con un punteggio che va da 1 a 5 il livello di benessere organizzativo percepito,  se la leadership è ben esercitata, se c’è capacità d’ascolto da parte dei superiori, se si è sostenuti nel risolvere problemi …e molto altro. La parte più interessate di questo metodo è che non c’è solo un sistema di valutazione dell’alto verso il basso, direttori – capiservizio – collaboratori, ma che questo ritorna verso l’alto quando ai collaboratori viene chiesto di valutare il loro caposervizio e al caposervizio di valutare il direttore. Tutti valutano, tutti!  Non ci sono più alibi per direttori urlanti, o collaboratori scansafatiche. I numeri parlano da soli, dopo che sono stati raccolti in indicatori che misurano:

– la leadership
– l’efficienza organizzative
– il livello di comunicazione
– la capacità di gestire e risolvere conflitti
– il benessere organizzativo.

In un recente intervento sulla leadership rivolto a una associazione sportiva ho sottolineato come questa è come la statura, o ce l’hai o non ce l’hai (citando Platone). Chi non ha la patente non  guidi! Rischia di travolgere gli altri in una inarrestabile caduta della motivazione, (difficile da fare rialzare!) a questa generalmente corrisponde un abbassamento del livello di produttività, specialmente  nel settore dei servizi, dove la qualità delle relazione è al centro.